Visualizzazione post con etichetta nativi americani. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta nativi americani. Mostra tutti i post

sabato 31 marzo 2012

Tecnica Peyote

Un ventaglio da cerimonia 
Un ventaglio da cerimonia contemporaneo, realizzato dai Nativi Americani della zona delle Pianure è costituito normalmente da cinque a sette piume singolarmente decorate e fissate su un manico di legno. Le piume provengono dall'ala o dalla coda dell'animale e sono ornate con aculei, perline, altre piccole piume, stoffa o pelle. La parte finale della piuma è avvolta generalmente in pelle di daino bianca fissata con un filo e spesso ornata con fasce metalliche. Il manico è rivestito in pelle e arrichito con perline lavorate secondo la tecnica Peyote. Questo tipo di ventagli usati per la cerimonia del Peyote, o quelli comunque associati con i riti religiosi della Native American Church, sono oggetti sacri come i nostri paramenti e non devono essere copiati, o trattati in modo irrispettoso.
----------------------------------------------------
A contemporary fan made by Native Americans of the plains consists of five to seven feathers which are individually dicorated and set into a wooden handle. The wing or tail feathers are decorated with small trim or feathers, cloth or leather spots, and hackle feathers. The quills of the large feathers are wrapped with white buckskin, wrapped with thread and often adorned with metal bands. The handle is wrapped with leather and enbellished with beaded applique or with peyote stitch beadwork. Peyote fans, or those associated with the religious rites of the Native American Church, are very serious and should not be copied, displayed, or treated disrespectfully.

Un video esplicativo sulla tecnica Peyote

sabato 3 marzo 2012

Ancora Ornamenti

Running Face e Little Bull- Mandan- ed i loro ricchi ornamenti
Alcuni passaggi nella preparazione di un "necklace". Delle strisce di pelle conciata al cervello sono fatte passare in due spaziatori realizzati con pelle di bisonte grezza. Ho poi aggiunto delle perle in ottone e avvolto le strisce con perline nei vecchi colori prodotte ad inizio 900. L'originale del necklace appartiene alla collezione Linderman ed è  ora esposto presso il museo della Northwest Montana Historical Society
------------------------------------
Some steps in the making of a necklace. Three strips of brain tanned hide are passed through two spacers made ​​of buffalo raw hide. I then added some brass beads and wrapped the hide strips with old colors seed beads, these beads were made at the beginning of 900s. The original necklace belongs to the Linderman collection and is now on display at the Northwest Montana Historical Society museum.


L'originale conservato nella collezione Linderman
e la mia replica





martedì 7 febbraio 2012

Windigo


Maschera di essere mitologico- opera dell'artista Nativo Joe David 
Una leggenda Ojibwa
Un inverno una coppia appena sposata andava a caccia insieme ad altri del villaggio. Ma proprio mentre si trasferivano sul territorio di caccia nacque il bambino che aspettavano. Un giorno mentre giocavano con il piccolo dentro la sua culla, chiamandolo per nome, il bambino parlò loro. Erano molto sorpresi perché era troppo giovane per parlare. "Dove è Manidogisik (Spirito del Cielo)?" chiese il bambino. "Dicono che è molto potente e io un giorno andrò a fargli visita." Sua madre lo afferrò e gli disse: "Tu non devi parlare di Manido in quel modo!" Qualche sera dopo dormivano di nuovo con il bambino nella sua culla posta in mezzo a loro. Nel mezzo della notte la madre si svegliò e scoprì che il suo bambino era sparito. Si svegliò anche il marito e si alzò, accese il fuoco e guardò in tutto il wigwam. Cercarono anche fuori attorno al wigwam del vicino, ma non riuscirono a trovarlo. Accesero allora torce di corteccia di betulla e chiesero alle persone del villaggio di aiutarli a cercare delle tracce. Finalmente trovarono alcune tracce molto piccole che portavano al lago. A metà strada verso il lago, trovarono la culla ed ebbero la conferma che lo stesso bambino aveva lasciato quelle tracce, aveva strisciato fuori dalla sua culla ed era andato a cercare Manidogisik. Ma le tracce che portavano dalla culla fino al lago erano grandi, molto più grandi di quelle di piedi umani, e i genitori capirono che il loro bambino si era trasformato in un Windigo, il mostro terribile fatto di ghiaccio che poteva mangiare gli esseri umani. Ma Manidogisik aveva 50 piccoli esseri chiamati manidog per proteggerlo. Quando uno di questi manidog tirava una pietra, essa era come un fulmine. Appena il Windigo si avvicinò, i manidog lo sentirono arrivare e corsero incontro a lui cominciando a combattere. Alla fine lo buttarono giù con uno dei  fulmini/pietra che potevano lanciare. Il Windigo cadde morto con lo schianto di un grande albero. Mentre giaceva a terra assomigliava ad un Indiano, anche se enorme, ma quando le persone iniziarono a tagliarlo in pezzi egli era come un enorme blocco di ghiaccio. Bruciarono e sciolsero tutti i suoi pezzi e trovarono così, nel centro del suo corpo, un bambino molto piccolo di circa sei centimetri di lunghezza con un buco in testa dove il manidog lo aveva colpito. Questo era il bambino che si era trasformato in un Windigo. Se il manidog non l'avesse ucciso, il Windigo avrebbe divorato l'intero villaggio.
(Da Robert E. Ritzenthaler and Pat Ritzenthaler, 1983, The Woodland Indians of the Western Great Lakes, Prospect Heights IL: Waveland Press.)
------------------------------------------------
One winter a newly married couple went hunting with the other people. When they moved to the hunting grounds a child was born to them. One day, as they were gazing at him in his cradleboard and talking to him, the child spoke to them. They were very surprised because he was too young to talk. "Where is that manidogisik (Sky Spirit)?" asked the baby. "They say he is very powerful and some day I am going to visit him. "His mother grabbed him and said, "You should not talk about that manido that way. "A few nights later, they fell asleep again with the baby in his cradleboard between them. In the middle of the night the mother awoke and discovered that her baby was gone. She woke her husband and he got up, started a fire and looked all over the wigwam for the baby. They searched the neighbor's wigwam but could not find it. They lit birchbark torches and searched the community looking for tracks. At last they found some tiny tracks leading down to the lake. Halfway down to the lake, they found the cradleboard and they knew then the baby himself had made the tracks, had crawled out of his cradleboard and was headed for the manido. The tracks leading from the cradle down to the lake were large, far bigger than human feet, and the parents realized that their child had turned into a windigo, the terrible ice monster who could eat people. They could see his tracks where he had walked across the lake. The manidogisik had fifty smaller manidog or little people to protect him. When one of these manidog threw a rock, it was a bolt of lightning. As the windigo approached, the manidog heard him coming and ran out to meet him and began to fight. Finally they knocked him down with a bolt of lightning. The windigo fell dead with a noise like a big tree falling. As he lay there he looked like a big Indian, but when the people started to chop him up, he was a huge block of ice. They melted down the pieces and found, in the middle of the body, a tiny infant about six inches long with a hole in his head where the manidog had hit him. This was the baby who had turned into a windigo. If the manidog had not killed it, the windigo would have eaten up the whole village. (Adapted from Robert E. Ritzenthaler and Pat Ritzenthaler, 1983, The Woodland Indians of the Western Great Lakes, Prospect Heights IL: Waveland Press.)
Il Windigo in un opera di N. Morrisseau-1964
Tipica culla delle Pianure del Nord- forse Nez Percé

mercoledì 23 giugno 2010

Tessitura al telaio


Sopra: disegno di un telaio Ojibwa secondo Frances Densmore

Una delle tecniche tradizionali per la realizzazione di manufatti decorati con perline era quella che prevedeva l'uso di un telaio. Nelle sue forme più semplici (ed antiche) il telaio poteva essere un semplice ramo curvato ad arco a cui legare i fili oppure assumere la forma di una "cornice" realizzata con quattro rametti la cui lunghezza maggiore doveva essere di poco superiore a quella del pezzo da realizzare. Esistono poi dei telai prodotti commercialmente per questo scopo che semplificano notevolmente il lavoro, ma questi esulano dagli argomenti di cui voglio qui parlare. Per realizzare un rudimentale telaio per delle bande tessute a perline basta semplicemente inchiodare quattro assicelle di circa 3 cm di larghezza in modo da formare un rettangolo di circa 35 cm x 25. Stesso risultato si può avere usando una vecchia cornice di legno di quelle per le foto.  Su ogni lato più corto del telaio, sulla parte superiore, occorre poi fissare tanti chiodini quante sono i fili dell'ordito che si andrà a tessere, aggiungendone uno in più per ogni lato. In pratica se si vuole  fare ad esempio un bracciale, in cui per ogni fila orizzontale dovranno stare 10 perline, occorrerà fissare 12 piccoli chiodi. Si prende quindi un rocchetto di filo resistente, da impuntura o simile, e si fissa un capo al primo chiodo sulla sinistra, procedendo a stenderlo fino all'estremità opposta del telaio. Si risale poi continuando così fino alla fine. Occorre che i fili siano ben tesi. Ci si può anche aiutare con del nastro adesivo per fissare i fili saldamente sulle assicelle. Questo lavoro sarà l'ordito della tessitura.  Preparato l'ordito si riempie l'ago con 50/70 cm circa dello stesso filo e lo si lega al primo filo esterno dell'ordito, detto cimosa, in alto. Si infilano tante perline quante ne devono stare nella prima riga del disegno si spingono fino al capo annodato alla cimosa e si sistemano correttamente negli spazi fra i fili, filo e perline stanno sopra l'ordito. Fatto questo ago e filo vanno passati sotto l'ordito e infilati dentro la stessa fila di perline. Si continua così fino alla fine inserendo perline dei giusti colori secondo il disegno che si intende realizzare. Nel disegno si vede il metodo di tessitura dall'alto e frontalmente




queste sono invece due bande da me preparate al telaio per essere poi cucite su una giacca in pelle

domenica 20 giugno 2010

Fare un fodero nello stile dei Nativi americani


Sopra: un fodero Crow, ultimo quarto dell'800

Come è ovvio che sia i foderi per coltelli realizzati dai Nativi americani potevano essere divisi in due grandi tipologie. Da un lato vi erano oggetti finemente decorati, ricchi di perline, frange e di tutto ciò che poteva renderli simboli dello status del loro proprietario (o proprietaria). All'estremità opposta si trovavano i foderi (ma anche altri manufatti) di pura utilità, nei quali la funzione di protezione della lama del coltello era l'unica ragion d'essere dell'oggetto. La pelle conciata alla maniera Indiana ( o quella scamosciata in genere) mal si presta a contenere una lama. Durante il suo uso è possibile che il filo o la punta del coltello consumino la pelle stessa. Per questo motivo i foderi destinati ad un uso quotidiano erano realizzati in pelle grezza, materiale molto resistente ma, nel contempo, poco propenso a lasciarsi decorare con l'utilizzo di un ago. E' per questo motivo che si iniziarono a realizzare dei foderi che univano la resistenza della pelle grezza alla possibilità del decoro a perline dato dalla pelle conciata. Il fodero era così in realtà doppio: l'anima interna, in resistente cuoio, conteneva la lama senza usurarsi mentre la parte esterna, in pelle conciata, poteva essere decorata e frangiata secondo il proprio gusto. Nella foto a seguire è possibile vedere un mio fodero (già mostrato in precedenza) insieme ad una immagine dello stesso ancora "aperto". Come si nota l'interno contiene un altro fodero, stavolta in cuoio, che assicura massima resistenza all'insieme. Nella stessa immagine si può notare anche, accanto al passante intagliato a forma di "V", una piccola striscia di pelle bianca. L'uso di questa striscia è un accorgimento ulteriore, usato dagli artigiani, per proteggere dal filo della lama la cucitura laterale del fodero.


domenica 6 giugno 2010

Borse da cintura


Come per ogni popolo, il vantaggio di avere gli oggetti di pronto utilizzo subito sotto mano era chiaro anche alle Prime Nazioni del Nord America. Da qui i molti modelli di borse da portare appese alla cintura dove poter riporre munizioni, documenti o quant'altro doveva essere portato con se.
In particolare, durante il periodo della riserva, alle tribù lì confinate il Governo americano garantiva un determinata quantità di cibo ed altri beni di prima necessità per ciascuna persona. Come avvenuto anche qui in Europa, la razione dovuta era calcolata sulla base di un apposito documento personale sul quale erano segnati, dettagliatamente, i beni dovuti al suo possessore. Gli agenti governativi per le riserve raccomandavano quindi ai singoli di tenere in grande considerazione il documento, dato che da esso sarebbe dipesa l'effettiva fornitura di beni, alimentari e non. Ecco che per conservare questa sorta di tessere nacquero le "Ration Pouch", piccole borse da tenere appese alla cintura da dove il documento poteva essere prontamente estratto e esibito.
Come per tutto l'artigianato di questi popoli ogni Nazione aveva la propria preferenza sia per le forme che per i decori scelti, e questo permette spesso di determinare esattamente la provenienza dei singoli pezzi arrivati fino a noi.

Una mia borsa da cintura con motivi floreali.

sabato 8 maggio 2010

Borse da caccia



Pur prediligendo personalmente i manufatti provenienti dalle Pianure e dal Plateau è da ammettersi come i popoli che abitavano le Woodlands avessero sviluppato uno stile loro ben preciso unito ad una elevata complessità nella sua realizzazione. Popoli quali gli Huron, i Delaware, gli Irochesi e la lega delle cinque Nazioni in generale, affinarono un artigianato estremamente complesso, spesso basato sulla tecnica del ricamo con gli aculei del porcospino, dove però ogni singolo lavoro era riccamente eseguito e dove i motivi di ispirazione floreale erano accompagnati da linee curve che sembrano inseguirsi l'un l'altra.
Lo stile di questi antichi pezzi è spesso influenzato dai tessuti e dai ricami dei coloni con cui per primi questi popoli vennero in contatto. Ho già raccontato di come alcune donne Ojibwa si recassero regolarmente nella chiesa della loro missione e vi rimanessero a lungo quasi tutti i giorni, nella meraviglia delle suore lì residenti. Il mistero fu chiarito quando le buone sorelle scoprirono che le donne della tribù si intrattenevano in chiesa per... ricopiare i ricami dei paramenti sacri, in modo da poterli poi riprodurre sui propri lavori. Da questa commistione vennero fuori manufatti molto elaborati, dove gli stilemi dell'arte sacra cristiana si mischiavano con il gusto dei popoli delle "Terre delle Foreste". La stessa pelle usata per i lavori era diversa da quella comune nelle Pianure, in quanto quasi sempre di colore scuro, perchè tinta con il mallo di noce. Uno degli oggetti su cui tale arte si esercitava era la "borsa da caccia". Erano borse in pelle destinate a contenere le munizioni necessarie e la selvaggina presa durante le battute di caccia appunto. Sembra che l'ispirazione per un tale tipo di borse sia venuta ai Nativi osservando le bandoliere portate dagli eserciti, inglesi e francesi, con i quali vennero in contatto. Seppur nate come strumento d'utilità questo tipo di borse a tracolla finirono per divenire oggetti sempre più elaborati e quasi identificativi di quelle culture.

Una mia borsa da caccia nello stile delle Woodlands







 



domenica 25 aprile 2010

FLAP SHEATH


Con il termine "Flap sheath" era definito un tipo particolare di fodero per coltello dotato di una chiusura completa in prossimità della sua parte superiore. Il coltello entrava cioè interamente nel fodero e la chiusura evitava possibilità di cadute del medesimo.
Dai manufatti conservati nei musei e nelle collezioni private, nonchè dagli stili di decoro e dai colori usati nella loro realizzazione, sembra certo che questo tipo particolare di custodia sia una esclusiva degli artigiani Crow, i quali ne realizzarono diversi esemplari - principalmente nel periodo da loro trascorso in riserva.
A seguire un flap sheath da me realizzato. Per i materiali ho usato cuoio, daino, panno di lana, filo da calzolaio incerato e tinto, perline in misura 11/0 e chiodi in ottone.
 





giovedì 1 aprile 2010

Tin cones

Uno degli ornamenti più spesso usati fra i popoli delle pianure erano i "tin cones". Come dice il nome si trattava di coni realizzati partendo da piccole lastre di ottone, ferro o alluminio (in tempi più recenti) piegate in quella forma. Spesso erano aggiunti dei ciuffi colorati all'interno, realizzati con crini di cavallo tinti di rosso. I popoli del nord del continente, dove la presenza del cavallo era meno diffusa, usavano fili di lana colorata. Anticamente questi pendenti erano realizzati con gli speroni dei cervi cacciati, a cui si aggiungeva il crine. I mercanti bianchi, al loro arrivo, iniziarono ad offrire questi sostituti in metallo che si diffusero velocemente. Erano usati per ornare i vestiti femminili (erano parte dei cosiddetti "Jingle dress" vestiti che risuonavano al muoversi dei coni stessi) ma anche i mocassini di alcune nazioni (Kiowa, Comanche, Cheyenne) e naturalmente anche per i foderi di coltello.

Un mio fodero nello stile delle Pianure ornato con tin cones










sabato 27 febbraio 2010

Parfleche


la pelle cruda, non conciata al cervello cioè, aveva mille utilizzi fra i nativi americani. Uno degli oggetti più comuni da trovare all'interno di un teepe erano le "Parfleche". Erano contenitori destinati a conservare indumenti, provviste e altri oggetti della vita quotidiana fra i popoli delle Pianure e del Plateau. Ne esisteva di diverse fogge a secondo dell'utilizzo: a busta, cioè con quattro falde che si ripiegavano su stesse, per la conservazione del pemmicam e di altre provviste; a forma di cilindro, per contenere i copricapi da guerra in piume d'aquila o a forma di vera e propria borsa, spesso con lunghe frange laterali, per gli indumenti. Come avveniva spesso fra queste genti ogni tribù aveva sviluppato una propria tavolozza di colori e di motivi che, dipinti sulle parfleche, servivano anche ad identificare le origini del proprietario. Per i colori erano usati pigmenti minerali che, essiccati e poi sbriciolati, erano mischiati con colla animale ed acqua. la pelle era inumidita e poi dipinta con l'utilizzo di "pennelli" di osso o di legno. Con la stessa tecnica erano anche realizzati foderi per coltelli spettacolari nei loro disegni.
In apertura: una parfleche Nez Percè destinata a contenere un copricapo in piume.
Qui sotto invece un mio fodero nello stile del Plateau realizzato con la tecnica delle parfleche. Il motivo, dipinto con pigmenti e colla animale, è preso da una parfleche Nez Percè originale conservata al Burke Museum.

sabato 20 febbraio 2010

La spedizione di Lewis e Clark


Un pò di tempo fa fu organizzata negli U.S. una mostra per ricordare la spedizione di Lewis e Clark. Quella spedizione segnò la nascita degli USA come li conosciamo. Per la prima volta il continente fu attraversato ed esplorato in modo sistematico. Dal loro viaggio i due esploratori riportarono indietro una mole di informazioni sul Nuovo Continente e sui suoi abitanti. Nella mostra a loro dedicata vennero esibiti, fra l'altro, una serie di oggetti che i due esploratori ricevettero in dono dalla tribù incontrate durante il viaggio. Fra questi oggetti vi era un fodero, di provenienza Ojibwa, lavorato secondo la tecnica dell'incisione. Questa forma di decoro è sicuramente la più antica utilizzata dai Nativi tanto che gli oggetti ancora esistenti hanno prezzi esorbitanti. Per la sua realizzazione occorre partire da una pelle "grezza", una pelle, cioè, che non è stata sottoposta a trattamento di concia. Questo particolare tipo di pelle aveva la caratteristica di essere molto resistente ma nello stesso tempo di mantenere una certa elasticità. Era molto utilizzata a tutte le latitudini del continente americano: serviva a creare lacci dalla resistenza leggendaria, le cosiddette "babiche", era indispensabile per realizzare altri oggetti, come ad esempio le racchette da neve, e così via. Per realizzare oggetti decorati con questa tecnica l'artigiano Nativo procedeva ad asportare lo strato superiore della pelle grezza seguendo un motivo predefinito. Tolto il primo strato di epidermide, alla fine del lavoro di incisione, si otteneva un disegno dato dal contrasto fra il chiaro della parte incisa e lo scuro dell'epidermide lasciata. Per ottenere un maggior contrasto di colore si preferiva scegliere la pelle di bisonti cacciati durante il periodo estivo. Il motivo di ciò era semplice: la pelle dei bisonti, in quel periodo, era letteralmente abbronzata dai raggi del sole. Rimuovendo quindi una parte dell'epidermide la parte bianca sottostante creava un forte contrasto con quella di colore marrone scuro rimanente. Questa è la replica che ho realizzato del fodero realizzato con quell'antica tecnica. Ho usato dei "tin cones" (coni di metallo) come ornamenti, ed ho effettuato tutte le cuciture con tendine animale naturale, come era fatto allora.

sabato 30 gennaio 2010

Lo stile elaborato del Plateau


Nel Nord Ovest degli Stati Uniti i contatti fra i Nativi della zona ed i bianchi avevano una lunga storia. Come si può leggere nella biografia su Capo Giuseppe di Helen Howard gli scambi con i trapper ed i mercanti francesi prima, con la Hudson's bay e con gli inglesi poi lasciarono un segno in quei popoli. I Nez Percè in particolare avevano comunque già sviluppato uno stile di vita più ricco di beni materiali (cavalli in primis) e meno dedito alla ricerca di scontri continui rispetto ai loro "cugini" delle pianure. Questo maggiore benessere materiale si rifletteva, naturalmente, nella ricchezza della loro arte e del loro artigianato mentre il relativamente minore numero di scontri con gli invasori dava luogo ad una assimilazione di parte dei costumi e mode proprie dell'uomo bianco. Naturalmente, e come sempre, quei popoli non rinunciavano ad adattare il capo di abbigliamento o accessorio adottato ai propri gusti.
Nel mio lavoro, che inserisco ora, ho cercato di riprodurre uno dei cappelli decorati a perline che furono molto diffusi fra gli Yakama, gli Umatilla ed i Nez Percè sul finire dell'800. Sono partito da un cappello Stetson, modificandone la forma per renderlo simile agli originali. Per fare ciò i vecchi manuali dell'800, scritti per i cowboy dell'epoca, consigliano di immergere il cappello in acqua facendo formare una bolla d'aria al suo interno, di sagomarlo nella forma voluta mentre è ancora umido e di farlo asciugare indossandolo davanti un fuoco (un camino per l'esattezza!). L'originale del pattern non è mio ma di Angela Swedberg, i cui lavori consiglio a tutti gli appassionati di queste culture.
In alto: un dipinto di Bill Holm con due abitanti del Plateau nei loro costumi tradizionali e con indosso i tipici cappelli decorati a perline.
La tecnica usata sulla mia replica è la "Appliquè" o "Spot", le perline variano da una misura 11/0 ad una 13/0 e sono sia opache che traslucide. La piuma è dipinta a mano.

mercoledì 20 gennaio 2010

Il Bisonte sacro


Il bisonte era per gli Indiani delle Pianure una fonte inesauribile di ricchezza.
Il periodico passaggio delle mandrie condizionava gli spostamenti delle tribù, le quali cercavano di intercettarne il transito per la loro caccia in comune.
Prima dell'arrivo del cavallo e delle armi da fuoco l'intera comunità partecipava alle battute.
Gli esploratori più abili erano inviati sulle tracce della mandria e spesso coperti dalle pelli (e dall'odore) di altri animali accerchiavano i bisonti. La tecnica usata prevedeva il cercare di incanalare il branco verso un punto ben preciso, punto alla fine del quale si trovava un dirupo. Spesso, per meglio indirizzare la corsa dei bisonti, erano realizzati dei muri a secco che costringevano gli animali a seguire un determinato percorso. Raggiunta ed accerchiata su tre lati la mandria era il momento di chiamare a raccolta il resto della tribù. Muovendosi all'unisono gli uomini nascosti nell'erba si alzavano ed iniziavano ad urlare verso il branco di bisonti i quali reagivano scappando nell' unica direzione libera. Il resto della tribù, comprese le donne, partecipava a questa sorta di inseguimento che doveva finire, almeno nelle intenzioni, nel salto di gran parte della mandria dal dirupo verso cui era stata indirizzata e nella morte di molti dei bisonti. Una battuta ben riuscita assicurava provviste per i mesi invernali all'intera tribù, oltre a pelli per le tende ed i vestiti ed a molto altro ancora. Benjamin Capps nel suo "The Indians" (New York, 1973) elenca ottantotto oggetti diversi che i Nativi realizzavano utilizzando parti del bisonte: si andava dal vestiario agli oggetti per la capanna (scatole per i vestiti ad es.), alle armi, ai giocattoli, agli oggetti per il lavoro (aghi dalle ossa e fili per cucire dal tendine) sino agli oggetti magici.

In apertura: un rarissimo esemplare di bisonte bianco (per albinismo) attualmente ospitato in un ranch in Arizona. E' ritenuto sacro dai Lakota

qui un choker (collane) ed una fascia da braccio da me realizzati utilizzando pelle, perle in ottone e Hair pipes. Le Hair Pipes erano piccoli tubi ricavati dalle ossa del bisonte (o di altri animali di grossa taglia). Le ossa erano spaccate in sezioni che poi erano finemente levigate e perforate al centro.

martedì 19 gennaio 2010

Peyote - la cucitura sacra -

Sopra
Ventagli cerimoniali con decoro "Peyote"

Per decorare sostegni arrotondati, quali manici di asce da guerra, pipe ma anche collane, ventagli etc. veniva utilizzata un tipo di cucitura detta Mohawk, Ute o anche Peyote.
Il nome Peyote pari derivi dal fatto che questa tecnica fosse usata per ornare i sonagli di zucca tipici della cerimonia del peyote, presente fra alcuni popoli del Sud Ovest. Occorre qui una breve premessa. Questo tipo di cucitura nasce dal tentativo degli artigiani Nativi di riprodurre, con i nuovi materiali introdotti dai bianchi (le perline), quelle che erano le forme ed i decori tipici della cultura tadizionale. Se si esclude la pittura su pelle, effettuata con la scarnificazione delle linee del disegno, e l'utilizzo di alcuni tipi di conchiglie, tagliate in cilindri ed utilizzate per la tessitura di Wampum, aventi questi ultimi però funzioni più prettamente cerimoniali, si può, con una certa ragione, affermare che tutte le decorazioni per l'abbigliamento e gli oggetti riservati alle occasioni particolari, fossero esse matrimoni, parate o concili intertribali, erano realizzate con gli aculei del porcospino americano. Il risultato finale di tale decorazione dava l'effetto di una stuoia rigida e lucida che avvolgeva strettamente il pezzo decorato con i molti colori che si ottenevano con la tintura a bagno degli aculei.
Per iniziare occorre fissare con un nodo un filo alla estremità superiore dell'oggetto cilindrico da decorare, ad es. l'impugnatura di una mazza da guerra o di un sonaglio. Questo filo può essere più spesso di quello da utilizzare per le perline. Tale filo va quindi avvolto attorno al sostegno per circa la lunghezza del decoro da effettuare. Si fissa poi all'estremità superiore del primo filo il filo da perline e si posizionano tante perline quanto bastano a coprire metà della circonferenza dell'impugnatura. Si fà un giro completo di filo si fissa con un nodo e si sistemano le perline in modo che fra l'una e l'altra della prima fila possano entrare quelle della seconda. Ora si aggiunge una perlina per volta. L'ago ed il filo entrano in una perlina nuova e in una perlina della prima fila e così via. Le perline della terza riga saranno proprio sotto quelle della prima, quelle della quarta sotto la seconda etc. L'effetto finale sarà un decoro a zig zag che, inserendo perline di opportuni colori, permetterà la creazione di notevoli effetti cromatici. Qui uno schema per l'inizio del lavoro

Una mia collana con tecnica Peyote

sabato 16 gennaio 2010

Coltelli da scalpo




Il prendere lo scalpo del nemico è sicuramente una delle azioni che si ritengono tipiche dei Nativi del Nord America. In realtà la predazione di trofei umani era una pratica comune e diffusa fra moltissimi popoli, nel Nuovo come nel Vecchio continente.
Dato che, sin dai primi anni di contatto, gli Europei favorirono la diffusione di questa pratica a danno dei propri personali nemici, fra gli storici e gli antropologi si è arrivato anche a dubitare del fatto che il prendere lo scalpo fosse un comportamento autoctono dei popoli del Nord America. A questo proposito però "The taking and displaying of human body parts as trophies by Amerindians"‎ (La predazione e l'esibizione di parti umane come trofei da parte degli Amerindi), un recente studio a cura degli antropologi Richard J. Chacon e David H. Dye, ha definitivamente tolto ogni dubbio dimostrando come tale pratica fosse diffusa già in epoche molto remote.
I Nativi americani utilizzavano un tipo preciso di coltello per prendere lo scalpo al nemico. Doveva essere un arma molto tagliente, per essere rapida ed efficace, dalla lama sottile ed appuntita. Grazie sempre ai mercanti bianchi l'arma preferita divenne il tipico... coltello da macellaio! Spesso questi coltelli erano prodotti ed importati dalla cittadina di Sheffield, in Inghilterra, che all'epoca era fortemente specializzata nella lavorazione dei metalli.
Sopra: un originale fodero Sioux con il suo coltello da scalpo.
Qui una mia replica di un fodero delle Pianure Settentrionali, conservato al McCord Museum e datato 1865, insieme ad un coltello di fine "800.

martedì 5 gennaio 2010

Spot: creare poco alla volta


Una delle altre tecniche originali utilizzate era definita "spot". In questo caso l'ago era fissato alla pelle nel punto in cui arrivavano le perline inserite dall'artigiano. Fatto questo si procedeva a tornare indietro ed a far rientrare l'ago nelle perline che erano già state fissate. La particolarità di questa tecnica era che permetteva la realizzazione di linee curviformi e quindi l'esecuzione del ricamo di foglie, fiori etc. che la Lazy stitch non si prestava ad eseguire. Questa tecnica, pur essendo più lenta e laboriosa, fu molto diffusa nelle Woodland ed anche nei territori del subartico. Probabilmente la massima espressione di essa fu data dalla Nazione Ojibwa, i cui manufatti, realizzati dalle donne nelle lunghe serate invernali, erano poi scambiati o venduti ai bianchi ed alle altre Nazioni a caro prezzo, durante i raduni primaverili ed estivi.
Sopra: schema della cucitura "Spot"
La spot si prestava poi alla realizzazione delle cosiddette "rosette" o "Bull's eyes": dischi di pelle fino a 10 cm di diametro su cui erano eseguite decorazioni con andamento a spirale. I dischi erano poi fissati a cinture, mocassini o altri manufatti.

Borsa in pelle di daino ornata con una rosetta al centro, panno in lana rosso e orlatura intorno ai bordi.




Cintura in daino e cuoio con una rosetta fissata al centro







lunedì 4 gennaio 2010

Ago, filo, perline e pelle


Esistono alcune regole di base da seguire per chi vuole realizzare un manufatto adoperando la Lazy Stitch. Occorre naturalmente avere un disegno di base da cui partire. E' bene poi procedere a tracciare sulla pelle almeno alcune linee del lavoro da realizzare. Gli antichi artigiani utilizzavano per questo una mistura di acqua e farina: asciugandosi la farina poteva poi essere spazzolata via senza lasciare macchie sulla pelle. Preparato il pattern occorre procedere al ricamo. La regola fondamentale è che nella Lazy stitch l'ago non trapassa mai la pelle da parte a parte. Questo lascerà l'interno del manufatto libero da fili e nodi, che tenderebbero altrimenti a logorarsi.
Sopra un momento della realizzazione della teepe bag mostrata prima e qui come l'ago deve essere passato nella pelle
La realizzazione pratica del disegno procede cucendo righe parallele fra loro di perline. Il motivo da riportare sulla pelle va quindi suddiviso in tante parti quante sono le righe di perline che serviranno al lavoro definitivo. Nella foto si vede come siano state infilate nell'ago quattro perline azzurre e quattro rosse. Si procede quindi a puntare l'ago in alto, sotto la riga precedente, e si va avanti in questo modo fino al lavoro ultimato





sabato 2 gennaio 2010

"Lazy stitch": cucire pigramente

La "Lazy stitch" era la tecnica di cucitura delle perline maggiormente utilizzata fra i popoli delle pianure, Sioux in testa.
Sembra che l'aggettivo Lazy (pigro) sia stato dato a questa tecnica (ed ai suoi artigiani!) da artigiane appartenenti ad altri popoli vicini territorialmente ai Sioux (pare per primi gli Ojibwa). A parte i rancori tribali, spesso esistenti da secoli, il motivo principale di un tale appellativo era da ricercarsi nella presunta inferiorità di questa tecnica rispetto ad altre, come la Spot, l'Appliquè etc., che erano invece usate da tali popoli.
A fronte di una maggiore rigidità nei motivi realizzabili, la Lazy Stitch garantiva però una maggiore velocità nel coprire ampie aree del disegno ed ebbe, per questo motivo, larga diffusione fra le Nazioni delle Pianure e non solo.
Replica di un fodero originale Crow: per realizzarlo ho usato pelle a concia vegetale per il fodero esterno, cuoio per il fodero interno, perline seme 11/0, panno in lana rosso, chiodi in ottone, Il disegno con i vari triangoli contornati da righe di perline in altri colori era tipico di questa Nazione.


martedì 29 dicembre 2009

"Mi son fatto fare dei mocassini"




"Come per tutte le tribù delle pianure, la guerra era un banco di prova fondamentale per l’uomo Crow: lo status sociale di ogni singolo individuo, per quanto grande fosse il valore attribuito ad altre qualità (generosità, abilità oratoria, poteri sciamanici), dipendeva dal suo valore in guerra. Il coraggio in battaglia era infatti ciò che assicurava il benessere materiale, visto che oggetti e merce di valore, come cavalli, coperte e armi, provenivano dal bottino che si riusciva a razziare durante le spedizioni di guerra. Anche la religione era strettamente legata alla guerra: l’antica Danza del Sole Crow, che era essenzialmente una preghiera di vendetta, aveva perciò forti connessioni con i successi e gli insuccessi militari... Chi partecipava a una spedizione militare, generalmente partiva dal campo a piedi. C’era quindi la necessità di portarsi diverse paia di mocassini di ricambio e la frase “Mi son fatto fare dei mocassini” era quindi sinonimo di “Sto per unirmi a una spedizione di guerra” . Ci si poteva portare un cane che portasse le paia di mocassini di riserva, e un cestino e una corda per assicurare i cavalli rubati completavano il bagaglio del guerriero... Ogni “atto di valore” veniva simbolicamente rappresentato con una particolarità nell’abbigliamento del guerriero. Chi aveva contato “coup” portava dei mocassini con delle code di lupo attaccate al tallone; chi aveva strappato un arma al nemico decorava la propria camicia con delle pelli d’ermellino; chi aveva comandato una spedizione di guerra in cui era stato riportato del bottino, decorava i gambali con scalpi o pellicce d’ermellino..."
Gli estratti di cui sopra provengono da: "Mi son fatto fare dei mocassini" un dettagliato articolo di Anna Maria Paoluzzi, fra le maggiori esperte in storia e foto d'epoca dei Nativi in Italia, dedicato alla guerra ed all'etica dei guerrieri Crow.
L'articolo in questione è pubblicato su Far West.it, sito specializzato nella storia del West, ed è integralmente leggibile a quest'indirizzo:
http://www.farwest.it/?p=2256
I Nativi americani, come la maggior parte delle popolazioni "primitive" avevano sviluppato varie tipologie di calzature. Esse erano realizzate, essenzialmente, in funzione del luogo geografico di residenza. Quelle dei popoli della foreste, in pelle di daino ed a suola morbida, erano perfette per le aree boschive, dove si doveva camminare su erba tenera, aghi di pino etc., ma sarebbero state inappropiate per le zone rocciose o montane.
Anche i Nativi delle pianure utilizzavano calzature a suola morbida ma erano, invece, molto più diffusi mocassini a suola rigida, detti "in stile Sioux", notevolmente più adatti a proteggere da tagli nei pascoli della prateria. Diverse nazioni del sud utilizzavano, invece, dei sandali mentre i Pueblo ed anche alcuni Irochesi costruivano una specie di pantofola intrecciata con materiali vegetali, gli Irochesi, ad esempio, la realizzavano con cartoccio di grano o fibre di Tiglio. I Menominee, ed altri popoli raccoglitori di riso selvatico, realizzavano una calzatura con una suola morbida ed alta. Serviva per trebbiare il chicco camminandoci sopra. Le parti laterali, che erano alte fino a sopra la caviglia, proteggevano dalle bucce appuntite. I Navajo, ma anche gli Apache, utilizzavano dei mocassini a stivale che proteggevano le gambe dagli arbusti della boscaglia.
Vi erano poi dei modelli preferiti dalle singole tribù, i Blackfeet erano così chiamati, sembra, per la pelle colorata con gusci di noci dei mocassini.
Ovviamente la più tipica calzatura dei Nativi è il mocassino. Il nome e la forma dello stesso, con una linguetta arricciata a forma di U, sono tipicamente dei Nativi americani e quelli presenti nella nostra cultura sono una eredità del primo. Il nome stesso deriva da un termine Ojibwa.

Un paio di mocassini Navajo conservati al National Museum of American Indians













Una mia replica del manufatto














Mocassini alti nello stile del Sud Ovest (Apache-Navajo) decorati con perline e bottoni da scarpa
Replica di un paio di mocassini Cheyenne: il colore per la banda centrale è realizzato secondo la tecnica originale con una mistura di pigmenti minerali e colla animale, stesa poi sulla pelle con un pennello d'osso. Le perline usate per il decoro sono nella misura 11/0